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23/10/2018 15:56
Home Articoli Appalti Informativa antimafia - Con l'«incapacità giuridica» nuovo giro di vite sulle imprese interdette

Informativa antimafia - Con l'«incapacità giuridica» nuovo giro di vite sulle imprese interdette

di Laura Savelli

Le conseguenze della sentenza n.3/2018 di Palazzo Spada sul rapporto imprese-Pa nell'applicazione del codice antimafia .

Nuovo giro di vite per le imprese colpite da informazioni antimafia. Con la sentenza n. 3 del 6 aprile scorso, l'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha affermato che il provvedimento di natura prefettizia determina una forma di incapacità e non consente dunque di ottenere alcun tipo di erogazione da parte dello Stato, comprese eventuali somme riconosciute all'impresa a titolo di risarcimento del danno.

Il caso

Un'impresa aveva promosso un'azione di risarcimento del danno contro la stazione appaltante per illegittima mancata aggiudicazione dell'appalto relativo all'esecuzione di lavori di bonifica di un costone roccioso, ed era riuscita ad ottenere il riconoscimento della somma di 123.005,03 euro, con sentenza del Consiglio di Stato 11 febbraio 2014, n. 644.

A seguito della condanna, la stazione appaltante era venuta però a conoscenza del fatto che l'impresa era stata destinataria di un'informativa antimafia sin dal 19 luglio 2013, resa nota dalla Prefettura solamente in data 2 febbraio 2015: ragion per cui, la P.a. aveva chiesto la revocazione della sentenza che, tuttavia, veniva respinta dal Consiglio di Stato, con sentenza 16 marzo 2016, n. 1078, sul presupposto che il provvedimento prefettizio era sopravvenuto rispetto ad un giudizio di risarcimento danni comunque avviato nel 2011.

A questo punto, l'impresa chiedeva ai giudici di Palazzo Spada di disporre l'ottemperanza per ottenere il pagamento della somma dovutagli; ma, in questa occasione, la stazione appaltante ha posto nuovamente sul tavolo il problema della eseguibilità della sentenza di condanna, a causa della sopravvenienza dell'informativa antimafia.

L'ordinanza di rimessione all'Adunanza Plenaria

Due, le questioni rimesse dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato all'Adunanza Plenaria.

Con la prima, i giudici chiedono se l'articolo 67, comma 1, lettera g), del d.lgs. n. 159/2011 (Codice antimafia) si riferisca anche ai versamenti in favore dell'impresa di somme dovute a titolo risarcitorio in relazione ad una vicenda sorta dal mancato affidamento di un appalto, nel punto in cui prevede che: «Le persone alle quali viene applicata con provvedimento definitivo una delle misure di prevenzione previste dal Libro I, titolo I, capo II, non possono ottenere: (…) g) contributi, finanziamenti e mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee, per lo svolgimento di attività imprenditoriali».

Con la seconda, i giudici chiedono invece se, in caso di risposta affermativa alla precedente questione, il generale principio dell'intangibilità della cosa giudicata possa impedire alla P.a. di sottrarsi all'obbligo di corrispondere una somma a titolo di risarcimento del danno, seppur nei confronti di un soggetto dichiarato "in odore di mafia".

La decisione dell'Adunanza Plenaria

Con una decisione tranchant, l'Adunanza Plenaria parte innanzi tutto da questa premessa: l'informativa antimafia «determina una particolare forma di incapacità giuridica, e quindi la insuscettività del soggetto (persona fisica o giuridica) che di esso è destinatario ad essere titolare di quelle situazioni giuridiche soggettive (diritti soggettivi, interessi legittimi) che determinino rapporti giuridici con la P.a.».

In particolare - specifica la sentenza - si tratta di una incapacità prevista dalla legge a garanzia di valori costituzionalmente garantiti e conseguente all'adozione di provvedimenti assunti a seguito di un procedimento normativamente tipizzato; oltre ad essere una forma di incapacità parziale, cioè limitata ai rapporti giuridici di natura contrattuale con la P.a., e tendenzialmente temporanea, potendo venir meno con il cessare del presupposto che ha determinato il rilascio del provvedimento prefettizio.

Per questo motivo, nell'espressione adoperata dall'articolo 67, comma 1, lettera g), del Codice antimafia debbono considerarsi incluse anche le somme dovute a titolo di risarcimento del danno causato dall'amministrazione, dal momento che l'intento del legislatore è stato quello di impedire ogni attribuzione patrimoniale da parte della Pubblica amministrazione in favore dei soggetti colpiti dai provvedimenti prefettizi, e quindi la disposizione non può che essere interpretata se non nel senso di riferirsi a qualunque tipo di esborso proveniente dalla P.a.

Sulla base di tale presupposto, l'Adunanza Plenaria ha ritenuto di conseguenza che non assuma alcun rilievo il problema della intangibilità del giudicato, in quanto non è l'interdittiva antimafia a incidere sull'obbligazione dell'amministrazione, ma è l'imprenditore inidoneo ad essere titolare di un diritto di credito; fermo restando - aggiunge infine la Plenaria - che l'obbligo di risarcimento da parte dell'amministrazione, definitivamente accertato in sede giudiziaria, resta intatto, e che, una volta venuta meno l'incapacità causata dall'interdittiva, il diritto di credito dell'impresa rientra pienamente nel suo patrimonio giuridico.

Gli effetti della decisione

A questo punto, resta da chiedersi quale impatto avrà la pronuncia dell'Adunanza Plenaria sulle vicende legate al rilascio dei provvedimenti antimafia.

Un primo interrogativo potrebbe nascere rispetto al presupposto da cui ha origine il rilascio di un'interdittiva. Nella fattispecie esaminata dal Consiglio di Stato, l'informazione interdittiva sembra essere derivata dall'applicazione di una misura di prevenzione, dal momento che lo stesso articolo 67, comma 1, lettera g), del Codice antimafia si riferisce esclusivamente a questa ipotesi. Ma, le situazioni da cui può essere desunto un tentativo di infiltrazione mafiosa, e che possono dar luogo al rilascio di informative, sono ben altre, come specificato dall'elenco contenuto nell'84, comma 4, del d.lgs. n. 159/2011 (tra cui rientrano, ad esempio, le misure di tipo cautelare, le sentenze di condanna anche non definitiva per turbata libertà degli incanti o le risultanze delle ispezioni disposte dal prefetto sui cantieri): situazioni che - non essendo, in una parte dei casi, necessariamente dipendenti da provvedimenti giudiziari - potrebbero durare per tempi indefiniti, e quindi continuare ad essere motivo di conferma dell'interdittiva iniziale. Pertanto, resta da chiedersi - anche se è intuibile una risposta di tipo affermativo - se il principio affermato dalla Plenaria coinvolga tutti i provvedimenti antimafia, a prescindere dal presupposto che ne ha determinato il rilascio. 

Un secondo interrogativo potrebbe sorgere però soprattutto rispetto alle diverse previsioni del Codice antimafia (come gli articoli 88, comma 4-bis, 92, comma 3, e 94, comma 2) in base alle quali viene disposto che, nel caso in cui sopravvenga un'interdittiva durante la fase esecutiva dei lavori, le stazioni appaltanti sono obbligate a recedere dal contratto, «fatto salvo il pagamento del valore delle opere già eseguite e il rimborso delle spese sostenute per l'esecuzione del rimanente»; senza considerare che l'articolo 94, comma 3, del Codice prevede persino che, pur in presenza di una sopravvenuta informativa prefettizia, l'amministrazione non procede con il recesso, nel caso in cui l'opera sia in corso di ultimazione o, nell'ipotesi di fornitura di beni e servizi ritenuta essenziali per il perseguimento dell'interesse pubblico, qualora il soggetto che la fornisce non sia sostituibile in tempi rapidi.

E quindi, ci si domanda se quanto affermato dalla Plenaria possa essere conciliato con tali previsioni, che riconoscono in ogni caso l'obbligo di effettuare pagamenti nei confronti di un soggetto presumibilmente mafioso.

 

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