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10/12/2018 09:41
Home Articoli Pubblico impiego Personale in comando e svolgimento delle mansioni superiori nell’Ente di destinazione

Personale in comando e svolgimento delle mansioni superiori nell’Ente di destinazione

Pagamento di eventuali differenze retributive per mansioni superiori svolte dal dipendente pubblico: conseguenze per l’Ente di appartenenza

di Vincenzo Giannotti

La Corte di Cassazione con la pronuncia del 19 marzo 2018, n. 6787 affronta il problema del pagamento di eventuali differenze retributive per mansioni superiori svolte dal dipendente

pubblico comandato presso l’Ente di destinazione e della responsabilità patrimoniale dell’Ente di appartenenza del dipendente, facendo una netta differenza tra il personale in regime di diritto pubblico e quello contrattualizzato.

Personale in regime di diritto pubblico

Evidenzia la Suprema Corte come il pubblico dipendente comandato presso altro Ente in regime di diritto pubblico, ossia disciplinato dall’art. 3 del d.lgs. 165/2001 (esempio magistrati ordinari, amministrativi e contabili, gli avvocati e procuratori dello Stato, il personale militare e le Forze di polizia di Stato, il personale della carriera diplomatica e della carriera prefettizia), la normativa da applicare è quella del Testo unico degli impiegati civili dello Stato, la quale esclude che al pubblico dipendente potesse giovare, sia dal punto di vista economico che da quello dell'inquadramento, dello svolgimento di mansioni superiori a quelle disimpegnate presso l'amministrazione pubblica di provenienza, quando l'attribuzione di esse non provenisse da questa, o comunque non fosse stata da questa avallata.

In altri termini, nel pubblico impiego non contrattualizzato nessuna responsabilità può essere attribuita all’ente di provenienza qualora il personale comandato sia stato adibito a mansioni diverse rispetto al suo profilo professionale, con la conseguenza che un eventuale contenzioso, in caso di mansioni superiori, non potesse coinvolgere patrimonialmente l’amministrazione di appartenenza, a meno che non si dimostri che le mansioni espletate presso l’amministrazione in comando siano state avallate dall’amministrazione di appartenenza o da queste disposte.

Personale contrattualizzato

Il caso di specie, affrontato dai giudici di Piazza Cavour, riguarda invece un dipendente di un Ente pubblico contrattualizzato e come tale rientrante nella competenza del giudice del lavoro. In questo caso, qualora l'impiego del lavoratore presso altro datore di lavoro soddisfi anche l'interesse dell'originario datore di lavoro questi non può ritenersi liberato da responsabilità di carattere patrimoniale in relazione all'attività espletata dal proprio dipendente presso altri, secondo un recente indirizzo del giudice di legittimità. Pertanto, qualora il dipendente abbia svolto nell’amministrazione di destinazione mansioni superiori rispetto a quelle esigibili dal suo profilo contrattuale, si applicano le disposizioni di cui all’art. 52 del d.lgs. 165/2001 con relativo pagamento delle differenze retributive tra le diverse categorie di trattamento contrattuale, restando in ogni caso escluso il riconoscimento di diverso (ovvero superiore) inquadramento in favore del pubblico dipendente addetto a mansioni superiori.

Le distinzione tra comando e distacco

Al fine di poter individuare la ratio della decisione della Suprema Corte che ha individuato la responsabilità patrimoniale dell’Ente di provenienza, rispetto a quello di destinazione che di fatto ha utilizzato in modo improprio il lavoratore comandato con le conseguenze eventuali risarcitorie per le mansioni superiori da questi espletate, appare opportuno effettuare una distinzione tra la figura del comando rispetto a quella del distacco.

I giudici di legittimità hanno evidenziato le peculiarità che caratterizzano il comando del lavoratore pubblico rispetto al distacco privatistico, perché mentre quest'ultimo è atto del datore di lavoro ed è possibile solo a condizione che sussista un interesse del distaccante a inserire il proprio dipendente nell'altrui organizzazione aziendale, il comando è finalizzato a soddisfare unicamente le esigenze della amministrazione di destinazione e per questo non costituisce un atto organizzativo riconducibile al datore di lavoro, in quanto ciò che prevale è l'interesse dell'ente il quale, attraverso il comando, realizza la provvista del personale di cui ha bisogno.

Il potere conferito alla amministrazione di destinazione di disporre il comando con atto destinato a incidere su un rapporto del quale non è parte, determinando la scissione del rapporto di servizio rispetto a quello d'ufficio, si giustifica perché il provvedimento attua, sul piano della organizzazione e del fabbisogno di personale, il principio di rilievo costituzionale di buon andamento e di efficienza degli uffici pubblici. Rispetto all'istituto di carattere generale è stato anche precisato che, a fronte dell'interesse prevalente della amministrazione di destinazione, la posizione giuridica soggettiva dell'Ente di appartenenza nonché quella dell'impiegato, che potrebbe avere interesse a rimanere inserito nella organizzazione del suo datore di lavoro, hanno la consistenza di meri interessi legittimi oppositivi (Cass. 7971/2006 cit.).

Ritornando alla sentenza e alle conseguenze patrimoniali intestate al datore di lavoro originario, che sembrerebbe subire le conseguenze dell’atto illegittimo delle mansioni superiori espletate dal dipendente nell’Ente di destinazione, la Suprema Corte ha, tuttavia, limitato la portata chiarendo che detta responsabilità sussiste solo qualora vi sia un interesse anche dell’ente di appartenenza.

Al fine di chiarire con un caso concreto, se un ente appartenente ad una unione di comuni, comandi un proprio dipendente presso l’Unione, al fine di svolgere mansioni che potrebbero rilevarsi di un inquadramento superiore rispetto alla qualifica rivestita nell’ente di origine, ne subirà sicuramente le conseguenze patrimoniali in caso di accertamento di mansioni superiori, in quanto secondo la Suprema Corte il citato comando soddisfa anche le esigenze del datore di lavoro originario e non solo quello di destinazione.

 

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