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20/01/2018 15:44
Home Articoli Pubblica Amministrazione Incarichi a dirigenti decisi prima delle selezioni. Ecco cosa voleva legalizzare la riforma Madia

Incarichi a dirigenti decisi prima delle selezioni. Ecco cosa voleva legalizzare la riforma Madia

E’ passato poco più di un anno da quando la Corte costituzionale, con la sentenza 251/2016 disse stop alla riforma della dirigenza pensata dal Ministro Madia.

Si sarebbe trattato di un modello di riforma basato su un equivoco, però molto grave: far credere che gli incarichi dirigenziali sarebbero divenuti oggetto di selezioni meritocratiche, sol perché gli organi di governo avrebbero scelto i dirigenti nell’ambito di ruoli unici, attraverso “interpelli”.

Questi avrebbero dovuto essere avvisi pubblici che avrebbero dovuto dare notizia dell’incarico da assegnare, invitando gli interessati a presentare la propria candidatura, che sarebbe poi stata valutata (ovviamente con riferimento a “merito”, “capacità” e “risultati”) allo scopo di individuare il candidato più idoneo.

Chi scrive ebbe più volte modo di evidenziare a suo tempo i vizi di costituzionalità di simile modo di codificare gli incarichi dirigenziali. Infatti, dietro la “cortina fumogena” dell’avviso “pubblico” e della “selezione” delle “domande dei candidati” sarebbe stato semplicissimo, per l’organo di governo di turno, assegnare l’incarico alla persona che aveva già in mente di incaricare ben prima ancora che si pubblicassero gli avvisi: sarebbe solo bastato che detta persona si candidasse.

Il resto, la pubblicità, le candidature, la valutazione dei curriculum, la scelta delle “rose” da sottoporre poi alla scelta del politico, sarebbe stato solo coreografia, un maquillage per far apparire una cooptazione, dettata da motivazioni molto più connesse all’adesione personale del dirigente alla sigla politica, che non all’effettiva (ovviamente, non sempre inesistente) capacità operativa.

Del resto, nell’ordinamento giuridico esistono già esempi ben precisi di questo modo di operare: si tratta del sistema di assegnazione degli incarichi ai segretari comunali, gestito con modalità assai simili. I comuni rendono “pubblica” la vacanza della sede, in modo che i segretari possano avanzare la propria candidatura.

Ma, nella maggior parte dei casi, la pubblicazione della sede è solo una fittizia e stanca copertura ad accordi che sono già stati presi prima dal sindaco con segretari già informati in anticipo. Del resto, gli incarichi non debbono essere motivati, non si realizza alcuna graduatoria di merito, nessuno può disporre minimamente degli elementi per comprendere il perché sia incaricato un segretario invece di un altro.

Non è un caso che la riforma della dirigenza impostata dal Ministro Madia era stata apertamente basata proprio sull’anticostizionale sistema degli incarichi ai segretari comunali, in piedi, nonostante il suo evidente contrasto con i più basilari principi di meritocrazia, pubblicità e selettività discendenti dalla Costituzione, ormai da 21 anni.

Al di là della comprova sistemica che la riforma della dirigenza sventata dalla Consulta era finalizzata ad estendere a dismisura l’arbitrio della politica nell’assegnazione degli incarichi, all’opposto dell’enunciazione della valorizzazione del “merito”, sono i fatti concreti che dimostrano come il vero obiettivo fosse dare legittimità a prassi scorrette ed in chiaro contrasto con i principi posti dall’articolo 97 della Costituzione.
Tra questi fatti concreti, l’incredibile vicenda dell’assegnazione da parte del Presidente della regione Toscana dell’incarico di dirigente della direzione “diritti di cittadinanza e coesione sociale della Regione”, attribuito – di fatto – mentre ancora non sono scaduti i termini della procedura “selettiva” “pubblica”.

Ne ha dato notizia  Il Tirreno, con un titolo perfettamente riassuntivo della paradossale vicenda: “Diventa dirigente ma il bando è ancora in corso”.
Il quotidiano dà notizia che la Regione con un suo comunicato il 5 gennaio ha informato che l’incarico è stato assegnato all’ex direttore generale dell’Asl di Livorno.
Peccato che la Regione Toscana avesse pubblicato l’avviso di “selezione pubblica” lo scorso 29 dicembre 2017, finalizzato ad aprire la procedura per il conferimento dell’incarico dirigenziale a tempo determinato, fissando il termine perentorio per la presentazione delle “candidature”. Il Tirreno riporta virgolettate le prescrizioni: “possono presentare la propria candidatura con relativo curriculum entro 15 giorni a decorrere dal giorno di pubblicazione del presente avviso sul sito internet istituzionale, pena l’irricevibilità della stessa”.

Fino a prova contraria, dunque, la scadenza del termine è il 13 gennaio 2018 (da notare che i giorni lavorativi effettivi dei 15 messi a disposizione sono pochissimi: appena 8.
Sta di fatto che, come rilevato, il 5 gennaio, 8 giorni prima della scadenza del termine per la partecipazione alla “procedura pubblica” il presidente della Regione esce col quanto meno imprudente comunicato che di fatto blocca la procedura e svela quanto essa fosse solo ed esclusivamente un inutile orpello per ammantare di “pubblicità” e “selettività” una scelta, invece, solo arbitraria e già adottata prima ancora che si pubblicasse l’avviso “pubblico”, per altro sotto le feste e, dunque, poco visibile ai più.

Sconcertante è la spiegazione che dell’avvenuto ha dato a Il Tirreno il presidente della Regione Toscana: “L'avviso di selezione non è un bando di concorso e non eravamo obbligati a pubblicarlo per scegliere il nuovo dirigente. La nomina dei direttori nella sanità infatti compete esclusivamente al presidente della Regione.

Abbiamo scelto questa procedura per ampliare le possibilità di confronto, ma non nascondo e non l'ho mai nascosto che per il ruolo di direttore della "Coesione sociale" della Regione consideri la dottoressa Calamai la persona al momento più indicata”. Il quotidiano precisa: “Comunque Rossi conferma che la selezione resta aperta, che le persone interessate al ruolo possono continuare a inviare il curriculum e che "al momento nessuna nomina è stata perfezionata. Non ci sono atti amministrativi che affidino ruoli ad alcuno”.

Come si nota, nella dichiarazione del presidente della Regione si riscontano:

1) la rivendicazione del potere arbitrario di nominare chi meglio si ritenga (la nomina dei direttori nella sanità infatti compete esclusivamente al presidente della Regione);

2) l’assenza totale di qualsiasi motivazione alla base delle scelte: la nominata è la persona al momento più idonea) “e più non dimandare”, potremmo aggiungere riferendoci ad un Grande Toscano del passato.

Ovviamente, il passaggio ancor più sconcertante e rivelatore è la parte nella quale il presidente della Regione ribadisce che la selezione “resta aperta”, invitando ancora all’invio di candidature, visto che manca il provvedimento “formale”. Una vera e propria beffa nei confronti di chi resti in buona fede persuaso che la “selezione” avviata abbia davvero qualcosa a che vedere con procedure selettive.

E’ evidente che questo modo di procedere non ha esattamente i crismi della piena aderenza alle regole della vera pubblicità e selettività e non va certamente moltissimo d’accordo nemmeno con i criteri dettati dall’anticorruzione.

La riforma Madia avrebbe offerto un “cappello” di legalità a queste modalità feudali di intendere gli incarichi dirigenziali, che è saltato. Possiamo stare certi, però, che poiché l’intento è quello di ottenere una copertura all’arbitrarietà di incarichi dettati prevalentemente da ragioni politiche, nella prossima legislatura si tornerà alla carica con i contenuti della riforma Madia.

 

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