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11/12/2017 23:57
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Mansioni superiori, l’indebito arricchimento non entra nel giudizio

Nel giudizio inerente al riconoscimento delle mansioni superiori, il lavoratore non può azionare anche la pretesa per l'indebito arricchimento (articolo 2041 del Codice civile), non sussistendo la prova del depauperamento subita in conseguenza del nuovo lavoro da dipendente. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4518/2017.

Il fatto

Una Università ha conferito ad un professore l'incarico di Matematica dall'anno accademico 1975/1976 al 1999, quando è stato collocato a riposo.

Il docente ha instaurato vari contenziosi con l'Ateneo, in esito ai quali è stato sì considerato professore stabilizzato, ma senza che l'Ateneo gli riconoscesse, ai fini sia retributivi che pensionistici, il periodo svolto come professore incaricato. Ciò a causa della pendenza della lite circa il riconoscimento della stabilizzazione e , una volta definita tale vicenda, della mancata autorizzazione ministeriale.

Il Tar ha riconosciuto la sussistenza dell'obbligo, in capo all'Ateneo ed al Miur, di provvedere all'esatta definizione dell'incarico: in sede d'esecuzione del giudicato, il Commissario ad acta ha respinsto ex novo, nel merito, la pretesa del docente. Nelle more di tale lite, il professore aveva nuovamente adito il Tar, chiedendo l'accertamento del suo diritto allo status di professore stabilizzato (con ricostruzione della carriera) ed alla corresponsione delle differenze retributive per tutto il relativo periodo o, in subordine, un indennizzo per indebito arricchimento dell'Università intimata. Il Tar dichiarava l'improcedibilità del ricorso sulla questione dello status di docente stabilizzato, senza pronunciarsi sulla domanda retributiva.

I presupposti giuridici

Nel momento in cui il docente ebbe l'incarico di attendere alle attività d'insegnamento presso l'Ateneo era soltanto un assistente ordinario: trattasi di un'ipotesi di svolgimento, con atto sì dell'Università, ma irregolare, di mansioni superiori e diverse rispetto alla qualifica d'inquadramento, in mancanza d'uno specifico titolo legittimante e per le quali non sussiste una norma ad hoc che ne giustifichi comunque la retribuibilità.

È vero che il passaggio dalla posizione di assistente ordinario a quella di professore associato rappresenta la logica progressione di un medesimo rapporto d'impiego senza soluzione di continuità, ma difetta l'effettività di tal passaggio, anzi non v'è neppure un titolo legittimo riconoscibile che giustifichi, in capo al professore, la formalizzazione dello svolgimento interinale di mansioni superiori. Queste ultime, dunque, devono esser reputate come effettuate in via di fatto e tollerate dallo stesso docente, il quale avrebbe ben potuto far cessare in ogni momento tale stato di utilizzazione sine titulo nell'ambito del rapporto d'impiego.

Non configurabilità dell'indebito arricchimento

Stante il generale divieto di retribuire le mansioni superiori, non è configurabile l'azione sussidiaria d'indebito arricchimento, non sussistendo una prova del depauperamento del lavoratore a causa dell'incarico al dipendente, indipendentemente dalla formalizzazione di esso, proprio perché ha correttamente e legittimamente percepito la retribuzione prevista per la qualifica. Nello specifico, non rileva l'articolo 2041 codice civile, in ragione della sussidiarietà dell'azione di arricchimento senza causa e dell'inerenza di tale disposizione esclusivamente al diverso fenomeno delle retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato.

Allo stesso modo, non trovano applicazione gli articoli 36 Costituzione e 2126, codice civile, in quanto il principio di adeguatezza della retribuzione alla quantità e qualità del lavoro prestato non comporta, in materia di pubblico impiego, che il dipendente possa vantare un diritto soggettivo al trattamento economico connesso alle mansioni superiori temporaneamente svolte.

 

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