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17/10/2017 05:54
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I compensi misurano il danno erariale per chi ricopre incarichi incompatibili

Lo svolgimento da parte di un pubblico dipendente di una delle attività incompatibili così indicate dagli articoli 60 e seguenti del Dpr 3/1957 sono state recentemente oggetto di attenzione da parte:

• della Corte di cassazione che, conla sentenza n. 8722/2017, ha affrontato le conseguenze di una incompatibilità assoluta in termini di provvedimenti disciplinari fino alla decadenza dall'impiego pubblico;

• della Corte dei conti, Sezione giurisdizionale per la regione Liguria (sentenza n. 155/2017) la quale ne ha invece quantificato anche il danno erariale.

La normativa richiamata dal testo unico

L'articolo 53 del Testo unico del pubblico impiego, al comma 1 dice, salve le deroghe espressamente previste da leggi speciali, «per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli artt. 60 e seguenti del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957 n. 3». Successivamente, dopo avere indicato i casi di incompatibilità, fra i quali l'accettazione di cariche in società costituite a fine di lucro (articolo 60), all'articolo 63 prevede che l'impiegato debba essere diffidato a cessare dalla situazione di incompatibilità. La mancata ottemperanza alla diffida, decorsi quindici giorni dalla stessa, determina decadenza dal rapporto di impiego. In ogni caso la rimozione della situazione di incompatibilità «non preclude l'eventuale azione disciplinare».

I principi di diritto della Suprema corte

Il caso affrontato dai giudici di Piazzo Cavour si riferisce alla violazione da parte del dipendente pubblico dell'incompatibilità assoluta prevista dalla normativa per essere stato socio di due società in nome collettivo oltre che liquidatore di una società cooperativa a responsabilità limitata. Mentre la Corte d’Appello aveva giudicato non proporzionale la sanzione espulsiva (licenziamento per giusta causa) comminata dalla Pa, pur a fronte della accertata violazione dell'articolo 60 del Dpr 3/1957, la Suprema corte cassa la sentenza precisando il principio di diritto secondo cui, in presenza di una situazione di incompatibilità assoluta, vengono in rilievo due diversi aspetti: l'uno relativo alla cessazione automatica del rapporto, che per volontà del legislatore si verifica qualora la incompatibilità non venga rimossa nel termine assegnato al dipendente; l'altro inerente alla responsabilità disciplinare per la violazione del dovere di esclusività, responsabilità che può essere comunque ravvisata anche nell'ipotesi in cui l'impiegato abbia ottemperato alla diffida. In tale ultimo caso, al fine di stabilire la proporzionalità della sanzione disciplinare andranno valutati gli aspetti soggettivi e oggettivi in relazione alla gravità della condotta.

La quantificazione del danno erariale

Il caso sottoposto all'attenzione dei magistrati contabili liguri riguarda l'acquisizione, da parte di un dipendente pubblico (docente universitario), di una quota di partecipazione in una società a responsabilità limitata, dove aveva svolto per due anni la carica di Presidente del consiglio di amministrazione. La Procura contabile rinviava a giudizio il docente per incompatibilità assoluta ai sensi dell'articolo 60 del Dpr n. 3 del 1957 e dell'articolo 53 del Dlgs n. 165 del 2001, quantificando il danno erariale pari ai compensi illegittimamente percepiti in qualità di Presidente del Cda. Secondo il collegio contabile ligure sussiste incompatibilità quando l'attività concomitante del pubblico dipendente è quella di amministratore di società per azioni, a responsabilità limitata o in accomandita per azioni, talché per le ultime la qualifica di socio accomandatario configura ex se attività contra ius. Parimenti, sussiste incompatibilità con il ruolo di socio accomandatario di società in accomandita semplice e di socio di società in nome collettivo. Nel caso di specie lo svolgimento delle attività di Presidente della società da parte del docente, ha di fatto comportato una violazione del dovere di esclusività della sua prestazione lavorativa, da cui consegue che una parte della sua retribuzione, ricevuta dal datore di lavoro pubblico, è corrisposta senza una corrispondente controprestazione e, quindi, con danno del datore pubblico che può, pertanto, essere quantificato nella parte della remunerazione, idealmente collegata all'esclusività della prestazione, inutilmente erogata.


Per una corretta quantificazione del danno, assumono rilievo i compensi percepiti in qualità di Presidente, come evidenziato dalla Procura, ma in un rapporto tra retribuzione complessiva e indennità di esclusiva, prevista nel settore del pubblico impiego (comparto, dei medici e dei veterinari del servizio sanitario nazionale) pari a circa il 30% della retribuzione complessiva dei compensi.
In definitiva, la violazione da parte del pubblico dipendente del dovere di esclusività comporta, oltre alle sanzioni disciplinari previste dall’articolo60 del Dpr 3/1957, anche i danni erariali arrecati all'amministrazione di appartenenza.

 

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